Verificato il 28 ottobre 2026 · a quota
Canva: i design si possono vendere, ma non diventare un marchio

Canva è il posto dove chi non fa il grafico riesce comunque a produrre qualcosa di presentabile, e questo ne spiega la diffusione più di qualunque elenco di funzioni. Nel confronto fra gli strumenti gratuiti di grafica ci si aspetta dunque che il limite stia dove sta sempre, cioè nelle funzioni chiuse a chiave e nello spazio di caricamento. Qui invece il limite che conta davvero non è nell’offerta: è in una riga dell’accordo sulle licenze dei contenuti, al punto 9.2, e riguarda una cosa che quasi nessuno verifica prima di aprire un’attività. Si può vendere quello che si disegna con Canva, e questo è vero, e tuttavia non si può farne un marchio, e chi scopre la differenza dopo aver stampato le insegne paga il conto più salato di tutta questa categoria.
Che cosa dà il piano gratuito
Sul centro di assistenza del fornitore, che abbiamo letto il 28 ottobre 2026, la cifra dello spazio è dichiarata in modo netto: gli account gratuiti possono caricare fino a cinque gigabyte di materiali, mentre Pro e Business ne hanno mille volte tanti, cioè un terabyte. Sui crediti di intelligenza artificiale, che sono la voce su cui oggi si gioca il confronto fra i piani, il fornitore non pubblica un numero per il gratuito, e dunque non lo pubblichiamo nemmeno noi: le cifre che circolano non concordano fra loro e nessuna viene da una pagina di Canva. Quello che invece l’accordo sulle licenze dichiara con precisione è il perimetro d’uso, e conviene leggerlo perché è generoso più di quanto si crede. I materiali gratuiti si possono inserire in modelli destinati alla rivendita, in rete e fuori, si possono stampare in cataloghi, pieghevoli, biglietti e cartoline per promozione o per vendita, e si possono produrre in stampe e manifesti destinati a loro volta alla rivendita. Un design, peraltro, si può cedere a un cliente, e l’accordo precisa che la cessione vale per un cliente solo.
Dove finisce
Il punto 9.2 vieta di usare i contenuti del fornitore come parte di un marchio, di un marchio figurativo, di una denominazione commerciale, di una ragione sociale o di un marchio di servizio, e dall’esclusione salva soltanto i caratteri tipografici. Leggiamolo per quello che dice, appunto: gli elementi, le icone e le illustrazioni che Canva ci mette a disposizione non possono diventare il logo di un’azienda. Non è una questione di piano, perché il divieto non si compra: resta identico su Pro. La conseguenza pratica la diciamo senza giri di parole, dato che è la ragione di questa scheda. Un volantino fatto con Canva si può ovviamente stampare, distribuire e perfino vendere, mentre lo stesso disegno portato sull’insegna, sulla carta intestata e in domanda di registrazione come marchio ci porta fuori licenza, e il rischio non è il richiamo del fornitore ma l’opposizione di chi quel medesimo elemento lo ha usato prima. Teniamo presente poi che i contenuti non si possono sotto-licenziare, rivendere, prestare o cedere in quanto contenuti, perché la licenza copre il design finito e non i pezzi che lo compongono, e che i materiali Pro non si possono scaricare né distribuire come elemento a sé stante.
Per chi va bene
Canva ci sembra adatto a chi produce materiale che vive e muore nel suo momento: locandine, presentazioni, post, menù, inviti, biglietti. In quell’uso i cinque gigabyte ci bastano, la licenza copre perfino la vendita e il risultato regge in genere il confronto con un lavoro su commissione. Chi deve costruire un’identità destinata a durare, e in particolare un logo, farebbe decisamente meglio a disegnarlo altrove partendo da zero: GIMP e Photopea non mettono alcun vincolo di questo tipo su quello che ne esce. Chi monta video, infine, qui trova un editore semplice ma troverà in Clipchamp una resa migliore sull’esportazione.
Nella categoria del video e della grafica le altre cinque schede misurano il gratuito con lo stesso metro, e del resto è proprio il confronto fra licenze a dire dove conviene fermarsi. Accanto a questa consigliamo di leggere Photopea, dove le condizioni d’uso vanno nella direzione opposta e lo dicono in tre righe, e CapCut, che ci ripropone lo stesso nodo spostato sul video.


