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I servizi ed i prodotti gratuiti nel web

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Verificato il 28 ottobre 2026

Chi paga al posto nostro

Un servizio che non ha prezzo ha comunque un costo, e qualcuno lo sostiene. È la domanda che ci portiamo dietro in tutte e sessantasei le schede di questo sito, e non la facciamo per sospetto: la facciamo perché la risposta ci dice quanto durerà quel piano gratuito e che cosa stiamo dando in cambio senza averlo deciso. I modi in cui un gratuito si ripaga sono cinque, sempre gli stessi, e ciascuno ha conseguenze diverse per chi lo usa. Conviene dirlo subito, prima di qualunque elenco: un servizio che si ripaga in modo dichiarato non è un inganno. Quattro di questi cinque modelli, del resto, sono legittimi e sostengono strumenti che usiamo volentieri. Uno solo è il problema, e nemmeno lì il problema è il modello in sé.

La pubblicità, che è il modo più leggibile di tutti

Qui il patto lo vediamo mentre lavoriamo, e questa è la sua virtù. Photopea apre i file di Photoshop dentro una scheda del browser e tiene una colonna di pubblicità accanto all’area di lavoro: quella colonna è ciò che paga lo strumento, e nessuno finge il contrario. WPS Office mette la pubblicità dentro il programma e aggiunge un gigabyte di spazio in rete; Libero Mail la mette nella casella; Spotify Free, YouTube Music e Deezer Free la mettono fra i brani. Che cosa ci aspettiamo, dunque, da un servizio così: che resti gratuito a lungo, perché il modello regge da solo, e che in cambio prenda la nostra attenzione più un po’ di profilazione. Che cosa non ci aspettiamo, tuttavia, è un impegno sulla qualità del gratuito nel tempo. Su Photopea, peraltro, troviamo l’unica reticenza che vale la pena segnalare: le condizioni d’uso non nominano la pubblicità in nessun punto e non esiste una pagina che confronti il gratuito con il Premium, cosicché che cosa cambi pagando lo scopre chi paga.

I dati, dove il conto non lo paghiamo soltanto noi

Questo è il modello che ci ha fatto fare questo sito, e ha un precedente documentato da un’autorità pubblica. Il 22 febbraio 2024 la Federal Trade Commission statunitense ha chiuso con Avast un procedimento imponendole sedici milioni e mezzo di dollari destinati al risarcimento dei consumatori: l’addebito è di avere raccolto le informazioni di navigazione delle persone attraverso l’antivirus e le estensioni per il browser, conservandole a tempo indeterminato e rivendendole tramite la controllata Jumpshot a più di cento soggetti terzi, mentre a quelle stesse persone si prometteva protezione dal tracciamento. La raccolta risaliva almeno al 2014 e le vendite coprono gli anni dal 2014 al 2020. Non è però un caso isolato, ed è questo che ci interessa: Microsoft Clarity misura i siti gratuitamente e per sempre, e la sua documentazione dichiara che Microsoft opera come titolare del trattamento e non come responsabile, cioè per finalità proprie, con la pubblicità fra quelle finalità. VirusTotal, dal canto suo, condivide con i clienti premium il contenuto dei file che riceve. In questo modello, insomma, il prezzo non lo paghiamo solo noi: lo pagano i visitatori del nostro sito e il collega il cui allegato abbiamo caricato per prudenza.

La conversione, cioè il gratuito come vetrina

Il terzo modello è decisamente il più antico e il più fragile, e lo riconosciamo subito perché il gratuito somiglia a una porta. Bitdefender Antivirus Free è la vetrina di una suite a pagamento; ESET Online Scanner è il biglietto da visita di un’altra; Malwarebytes Free pulisce su richiesta e lascia la protezione continua al Premium; Ahrefs Webmaster Tools dà una parte degli strumenti di un prodotto che costa, su un sito solo e a chi dimostri di possederlo. Che cosa ci aspettiamo da un gratuito così: che sia buono, perché deve convincere, e che l’uscita suggerita sia a pagamento, perché è lo scopo. Che cosa non ci aspettiamo è che duri per sempre, dato che esiste finché converte, e su questo non tiriamo a indovinare: il gratuito di Bitdefender è già stato spento una volta, il 1° gennaio 2022, ed è tornato a marzo come prodotto diverso. Quando il bilancio di un fornitore cambia, dunque, la vetrina è la prima cosa che si chiude.

Il prodotto principale, che è la forma più stabile

Il quarto modello lo incontriamo soprattutto negli strumenti per webmaster, e lì cambia il tono di tutta la categoria. Microsoft Defender non si scarica e non si attiva perché è appunto dentro Windows: non serve a vendere un antivirus, serve a vendere il sistema. Clipchamp è un pezzo di Windows e il suo abbonamento non si compra da solo, perché arriva dentro Microsoft 365. Google Search Console e PageSpeed Insights non costano niente e non hanno quote, dato che Google non vende l’analisi ma l’ecosistema intorno a essa. Cloudflare Pages non mette la banda a contatore per una ragione che possiamo dire ad alta voce, e cioè che Cloudflare la rete la possiede già e dai siti piccoli non ha nulla da guadagnare a centellinarla. DaVinci Resolve, infine, è il caso che preferiamo: nessuna filigrana, Ultra HD e uso commerciale compreso, perché Blackmagic Design i soldi li fa vendendo telecamere e schede. Che cosa ci aspettiamo qui: la massima stabilità fra i cinque modelli, finché il prodotto principale resta e il gratuito continua a servirlo. Che cosa non ci aspettiamo è neutralità, perché lo strumento è costruito per portarci dentro un ecosistema e in genere riesce.

Le donazioni e il codice aperto

Il quinto modello non si ripaga affatto, nel senso in cui si ripagano gli altri quattro, e per questo si comporta in modo diverso da tutti. LibreOffice sta in piedi su una fondazione; GIMP è rilasciato con licenza GPL versione 3 e successive; KeePassXC non ha un’azienda che ci venda la versione completa, perché la versione completa è l’unica che esista; Bitwarden pubblica il proprio codice; Whisper porta licenza MIT su codice e pesi del modello; Stirling PDF si installa sul nostro server e resta gratuito fino a cinque utenti. Che cosa ci aspettiamo da questi: che la condizione non possa peggiorare a posteriori, perché quello che è già stato rilasciato non si ritira più, ed è l’unico dei cinque modelli a darci questa garanzia. Che cosa non ci aspettiamo è assistenza, continuità garantita da un contratto e comodità, dato che il rischio qui non è la chiusura ma, spesso, l’abbandono, e il lavoro che il fornitore non fa tocca a noi.

Messi in fila, questi cinque modelli ci danno un criterio che non richiede fiducia. Non chiediamoci se un servizio sia gratuito, perché lo è; chiediamoci in quale dei cinque modi si ripaghi, e se lo dichiari. Un fornitore che scrive come guadagna ci mette nella condizione di decidere, e certo può anche smettere di piacerci, mentre un fornitore che non lo scrive ha già risposto. Su ogni scheda di questo sito la stessa domanda torna sotto il titolo «Dove finisce», e la risposta, quasi sempre, è uno di questi cinque nomi.