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Verificato il 28 ottobre 2026

Le insidie delle immagini libere

Nella categoria delle immagini libere la parola «gratis» copre cinque regimi giuridici diversi, e il danno non lo fa mai la quantità di file che riusciamo a scaricare: lo fa l’uso che ne facciamo dopo. Le insidie sono poche e sono sempre le stesse, e nessuna delle due più serie sta nel testo che leggiamo di corsa prima di scaricare. La prima riguarda le persone e gli oggetti che compaiono nell’immagine, cioè diritti che non sono il diritto d’autore e che nessuno di questi archivi ci cede. La seconda è un equivoco di lettura che gira da anni e che ci porta a rinunciare a usi perfettamente legittimi. Le mettiamo qui in fila perché valgono per tutti e cinque gli archivi, e nelle schede le ritroviamo applicate caso per caso.

Quello che nessuna licenza gratuita concede

Partiamo dalla cosa che conta più di ogni altra: nessuna licenza gratuita ci fornisce le liberatorie delle persone ritratte o degli oggetti riconoscibili, e il rischio resta intero su chi usa il file. Non è una nostra deduzione: i fornitori lo scrivono, e due di loro in modo brutale. Nelle condizioni generali di Pexels leggiamo che la responsabilità di stabilire se servano permessi resta unicamente ed esclusivamente su chi usa l’immagine, e che il fornitore non garantisce affatto che consensi o licenze siano stati ottenuti. Pixabay lo dice due volte. Unsplash lo tiene fuori dalla licenza e lo mette nelle pagine di assistenza, dove dichiara che chi carica si impegna ad avere liberatorie, proprietà e permessi, mentre chi usa è il solo responsabile verso i terzi. La formulazione più chiara la troviamo su Wikimedia Commons, nella pagina sul riuso dei contenuti, dove si legge che la licenza riguarda il diritto d’autore e nient’altro, e che fuori restano i marchi, i brevetti, i diritti della personalità, il diritto morale d’autore e i diritti alla riservatezza, con l’avvertenza che l’uso commerciale di immagini di persone può richiedere il consenso esplicito del soggetto e non soltanto quello di chi ha scattato. L’asimmetria che ne ricaviamo è dunque semplice: del diritto d’autore il fornitore si fa carico, di tutto il resto si spoglia.

Che cosa dice il diritto italiano

Su quel «tutto il resto» intervengono tre strati di norme italiane che nessuna delle cinque licenze sfiora nemmeno. Il primo è l’articolo 10 del codice civile, sull’abuso dell’immagine altrui, che consente a chi subisce l’esposizione o la pubblicazione fuori dai casi consentiti di chiedere al giudice la cessazione dell’abuso, salvo il risarcimento dei danni. Il secondo sono gli articoli 96 e 97 della legge 633 del 1941: il primo subordina al consenso della persona interessata l’esposizione, la riproduzione e la messa in commercio del suo ritratto; il secondo elenca i casi in cui quel consenso non serve — la notorietà, l’ufficio pubblico, la necessità di giustizia o di polizia, gli scopi scientifici, didattici o culturali, i fatti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico — e aggiunge che l’esposizione o la messa in commercio non sono comunque lecite quando rechino pregiudizio all’onore, alla reputazione o al decoro. Il terzo è il GDPR, perché un volto riconoscibile è un dato personale e pubblicarlo è un trattamento che vuole una base giuridica. Teniamo presente infine il punto che spiazza di più: questi tre strati non dipendono dalla licenza e non dipendono da dove viene il file. Una fotografia con licenza larghissima e una comprata a caro prezzo stanno nella stessa posizione, e la differenza vera, peraltro, è che l’archivio a pagamento spesso vende la liberatoria insieme al file. È quello che si paga, quando si paga.

Il divieto sui marchi sta in una licenza sola

La seconda insidia la incontriamo dove quasi nessuno la cerca, e riguarda gli oggetti invece delle persone. Pixabay è la sola delle cinque che vieti espressamente l’uso commerciale di contenuti con marchi riconoscibili: se un contenuto mostra marchi, logotipi o insegne riconoscibili, le sue condizioni non ci permettono di usarlo per scopi commerciali in relazione a beni e servizi, e in particolare di stamparlo su gadget od oggetti fisici destinati alla vendita. Le altre quattro non scrivono niente di simile, e certo questo non significa che altrove la cosa sia permessa, perché il diritto dei marchi vale comunque e non ha bisogno del permesso di un archivio fotografico. Significa una cosa più pratica: su Pixabay violiamo insieme la licenza e la legge, mentre sugli altri quattro violiamo soltanto la legge, e dunque rispondiamo a un soggetto in meno. Nell’uso quotidiano parliamo di immagini banalissime: una scrivania con il logotipo del portatile in vista, una via con le insegne dei negozi, una lattina su un tavolo.

L’equivoco delle copie inalterate, e dove sta scritto

Arriviamo all’insidia che non è un rischio ma una rinuncia, e ci costa opportunità invece che guai. La clausola che vieta di vendere copie inalterate viene letta quasi sempre come se impedisse di usare il file dentro un prodotto, e non dice questo: vieta di rivendere il file in quanto tale, come stampa, poster od oggetto, non di usarlo. Pexels la mette fra i cinque divieti della propria licenza e, nello stesso testo, cita i modelli grafici destinati alla vendita fra gli usi ammessi: le due affermazioni stanno insieme e sciolgono il dubbio. Pixabay la formula meglio di tutti, perché definisce il divieto: proibisce la distribuzione su base autonoma, e autonomo è l’uso in cui nessuno sforzo creativo è stato applicato al contenuto, che resta in forma sostanzialmente identica; restano autonomi, precisa, il file originale e quello in cui ci limitiamo a un filtro, a un colore, a un ridimensionamento o a un taglio. Dove c’è sforzo creativo, insomma, la clausola non ci riguarda. E qui va corretto un errore che circola molto, perché quella clausola non sta nella licenza di Unsplash. Il testo della licenza, che abbiamo letto il 28 ottobre 2026, concede l’uso gratuito e commerciale senza permesso e senza attribuzione, e porta un divieto solo: la licenza non comprende il diritto di raccogliere immagini da Unsplash per replicare un servizio simile o concorrente. Delle copie inalterate non c’è traccia, e dei marchi nemmeno. Quel divieto su Unsplash esiste, tuttavia, in un altro documento: sta nelle linee guida per l’API, alla voce delle regole d’uso, e vieta di usare l’API per vendere fotografie inalterate, in modo diretto o indiretto, come stampe o su prodotti. Sono due testi con due destinatari diversi, e la differenza non è un cavillo: le linee guida vincolano chi costruisce un’applicazione sull’API, non chi scarica una fotografia dal sito.

Messe insieme, queste insidie ci danno una regola di condotta che tiene su tutti e cinque gli archivi. Sul diritto d’autore possiamo stare tranquilli, perché è la sola cosa di cui questi servizi si facciano carico; su tutto il resto decidiamo noi, e decidiamo con il codice civile, con la legge sul diritto d’autore e con il GDPR in mano. Il caso in cui la licenza gratuita non basta, del resto, è proprio quello in cui in genere si crede che basti: un volto riconoscibile in un contesto commerciale. Lì conviene comprare un’immagine con liberatoria, e le cinque schede della categoria spiegano, archivio per archivio, dove si ferma esattamente ciascuna licenza.